
Una famiglia duramente provata
I Servizi sociali si fanno un’idea della situazione in loco.
Foto: © Caritas Baby Hospital
A pesare sulla famiglia Alameh sono: un infortunio, la mancanza di lavoro e le difficoltà quotidiane. Quando Miral si ammala riceve le cure adeguate solo dall’Ospedale pediatrico di Betlemme. La situazione volge al meglio e si ricomincia a sperare.
Miral Alameh, cinque anni, vive con la sua famiglia a Beit Ummar, un villaggio a nord di Hebron. I suoi genitori, Mohammad e Maha, sono contabili diplomati, ma non sono mai riusciti a trovare un impiego nel loro campo. Negli ultimi tempi, Mohammad guadagnava da vivere lavorando in un cantiere e, dopo una caduta da un ponteggio, non riesce più a muovere il braccio destro.
In Cisgiordania la disoccupazione sfiora il trenta per cento. Quindi, Maha non crede proprio di trovare una buona occupazione. Fare la pendolare sarebbe praticamente impossibile a causa dei numerosi check-point intorno a Beit Ummar: da oltre tre anni ogni viaggio in taxi collettivo termina a un posto di blocco. Dopodiché bisogna scendere dal veicolo, superare le barriere di cemento e aspettare un altro taxi. A volte per ore interminabili. La famiglia dipende al momento dall’aiuto dei parenti. E da ciò che danno l’orto e gli animali da cortile per il suo sostentamento.
Sopralluogo dei Servizi sociali
Nel garage, adibito ora al pollaio, le galline starnazzano allegramente quando l’assistente sociale del Caritas Baby Hospital arriva a casa degli Alameh. Un tratto di strada che solitamente dura una ventina di minuti, questa volta ha richiesto quasi tre ore. Adel, l’autista, ha dovuto chiedere più volte indicazioni, aggirare i posti di blocco con faticose deviazioni e percorrere curve sempre più strette per raggiungere l’Ospedale. I Servizi sociali vanno dagli Alameh per portare aiuto, ma anche per verificare le effettive condizioni della famiglia.
Queste visite domiciliari sono importanti. Osservando il mobilio e il braccio di Mohammad, che pende inerte in una fasciatura, Hazar, l’assistente sociale, capisce subito che qui le necessità sono concrete. La casa è spoglia. Nonostante il poco denaro e il Ramadan, Maha insiste per offrire qualcosina agli ospiti da Betlemme, in un’abitazione perfettamente pulita.
Miral, che in realtà è la protagonista del racconto, è andata nel frattempo a nascondersi dietro il divano. Maha ne riassume la storia clinica: alcuni mesi prima la piccola lamenta bruciore durante la minzione e poco dopo non riesce più a trattenere la pipì, né di giorno né di notte. I genitori la portano in un ospedale di Hebron, dove viene ricoverata. Lì, senza la mamma sarebbe stato impossibile starci: Maha deve provvedere ai pasti, occuparsi del bucato e del controllo dei farmaci. Altrimenti non c’è praticamente quasi nessuno che si prende cura di Miral.

Miral non teme più i dottori.
Foto: © Meinrad Schade
Rapido miglioramento grazie a una terapia mirata
Le condizioni di Miral non migliorano. Per questo i genitori decidono con fermezza di portare la piccola all’Ospedale pediatrico di Betlemme. E a proprie spese.
Presto la bambina si riprende grazie alle cure mirate nella struttura pediatrica. Una coltura batterica identifica l’agente patogeno responsabile dell’infezione alle vie urinarie. Alla piccola viene quindi somministrato un antibiotico adeguato. Inizialmente, gli Alameh avevano rifiutato di sottoporre la piccola a ulteriori accertamenti ospedalieri, in quanto non erano in grado di sostenere neanche la modesta retta a loro richiesta. Grazie però all’intervento dei Servizi sociali, che si sono fatti carico delle spese sanitarie, gli Alameh hanno potuto rimanere. E la questione si è risolta.
Prigioniera della quotidianità
A Beit Ummar, Miral finalmente fa capolino da dietro il divano. È incuriosita dalla macchina fotografica del visitatore di Betlemme. Alla fine si lascia persino immortalare. E racconta anche quanto le piacerebbe tornare all’asilo dalle sue amichette. Uscire, giocare, vivere nuove esperienze. Miral non vuole più parlare di quella fastidiosa malattia. E nemmeno dei medici che, in realtà, non le piacciono.
Mohammad e Maha, invece, esprimono la loro gratitudine. Per famiglie come la loro, il Caritas Baby Hospital è spesso l’unico punto di riferimento possibile, nonostante i vari blocchi da superare.













