Prospettiva Betlemme n. 52 - Intervista all' Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa

Prospettiva Betlemme n. 52 - Intervista all' Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa


Monsignor Pierbattista Pizzaballa è Arcivescovo e Amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme. Francescano, 54 anni, italiano, risiede nella Città Santa da 30 anni.

Monsignor Pizzaballa, Lei è stato più volte al Caritas Baby Hospital. Quali sono state le Sue impressioni? 
Per varie ragioni il Caritas Baby Hospital è una delle istituzioni cristiane più importanti di Betlemme. Da un lato perché è l’unico ospedale che cura esclusivamente bambini e neonati con diverse specializzazioni pediatriche. Dall’altro perchè è uno dei maggiori datori di lavoro della Regione. E infine, ma non per questo meno importante, perchè l’atmosfera che vi regna è molto speciale, di apertura e di modernità. In un contesto fortemente tradizionalista, questo è fondamentale.

Al Caritas Baby Hospital i bambini vengono trattati tutto allo stesso modo, indipendentemente dal loro status economico, sociale o religioso. Perchè ciò ha una così grande rilevanza per la Regione?
La sua rilevanza è grande perchè in questo Paese – e anche nella stessa Cisgiordania – si sottolineano sempre i fattori che dividono. Invece di guardare a quanto unisce, ci si focalizza su quello che separa. Si guarda al proprio villaggio, alla propria famiglia, alla propria regione … Questo modo di pensare erige muri nelle menti delle persone. Al Caritas Baby Hospital, invece, l’appartenenza a un gruppo oppure la provenienza non contano. Tutti vengono accolti. E’ questo che fa la differenza dell’istituzione. E’ vero che troviamo questo aspetto anche in altre realtà, ma in questo ospedale lo si percepisce in modo molto netto.

Lei vive da 30 anni a Gerusalemme. Che cosa è cambiato negli anni? 
Oh, davvero molte cose. Quando sono arrivato qui, era in corso la prima intifada. Poi arrivarono gli Accordi di Oslo, segnati da grande euforia e poi da frustrazione, a ancora dalla seconda intifada e da tutto il resto. Sostanzialmente tutto è cambiato: le infrastrutture, la politica, il sociale e la religione. La società di allora è oggi un’altra. Trent’anni or sono si credeva ancora nella possibilità di un accordo, o addirittura in una soluzione stabile. E ora? Ora è difficile trovare qualcuno che possa seriamente credere ancora in una soluzione. Trent’anni fa la religione aveva il suo peso, ma non era così pervasiva. Oggi le posizioni religiose condizionano anche la visione politica delle cose.

Lei è strettamente in contatto con la popolazione della Cisgiordania. Quali sono le sue maggiori preoccupazioni? 
La popolazione vuole condurre una vita normale. Vuole potersi muovere liberamente, vuole un futuro positivo per i figli, vuole semplicemente vivere come tutti gli altri. Non ne può più, infatti, di aspettare in una eventuale soluzione. Quello che desidera è un Paese con istituzioni che funzionino, un’esistenza normale, diritti civili, … 

Lei è stato spesso anche a Gaza. Come è la situazione nella Striscia?
La situazione è vergognosa, dico sul serio, una vera e propria vergogna. La popolazione non ha nessuna possibilità di lavorare, il tasso di disoccupazione è superiore al 60%, di rado arriva la corrente, la gente è rinchiusa e non può uscire da Gaza. Ogni volta che parlo con la gente, mi dice che vuole un «tasreeh», cioè un’autorizzazione per lasciare la Striscia. La popolazione vive in una grossa gabbia.

Qual è la situazione dei cristiani in Cisgiordania? 
Nel Territorio palestinese occupato stiamo assistendo a grandi mutamenti. Le famiglie cristiane abbandonano, per motivi economici o per gli studi dei figli, le regioni rurali per andare a vivere in città, a Betlemme o Ramallah. Proprio per i giovani non ci sono prospettive nei villaggi. Ciò significa che negli anni futuri la vita dei cristiani si concentrerà nelle città. Purtroppo. Nel Territorio palestinese occupato la vita è molto difficile, per svariati motivi, che possono essere di carattere economico ma anche religioso. A questo proposito vorrei frenare un po’: le minoranze sono ossessionate dalle loro preoccupazioni ; hanno una specie di « complesso delle minoranze». Quando ci sono problemi, li attribuiscono al loro «essere cristiani». Ma certe difficoltà sono comuni a tutti, senza distinzioni. Spesso succede anche che, dati i numeri risicati della nostra presenza, non si notino le nostre necessità. In passato i cristiani avevano un ruolo più centrale nella vita politica e sociale, er auna élite. Oggi tutto ciò è cambiato.

Si può dire che anche in Israele la situazione sia la stessa?
No. Prima di tutto esiste una notevole differenza in fatto di numeri. In Israele vivono 130.000 cristiani, in Cisgiordania 45.000. Già queste cifre bastano per far capire come stanno le cose. Anche in Israele la situazione per i cristiani sta cambiando, ma potremmo dire che è piuttosto stabile. La differenza fondamentale sta in questo: i cristiani in Israele, diversamente da quelli della Westbank, hanno una cittadinanza, godono di diritti e possono andare a votare. La maggior parte di loro appartiene al ceto medio. Non sono particolarmente vicini alla Chiesa, anche perchè essa non è per loro fondamentale per la sopravvivenza ; l’appartenenza a una religione caratterizza piuttosto l’identità. Le sfide della Chiesa nel Territorio palestinese occupato sono altre: ogni fedele contribuisce, infatti, in modo essenziale ad assicurare la presenza cristiana in Cisgiordania.

Ha sentito dire che i cristiani vengono oppressi? 
Ovviamente esistono casi isolati di violenza nelle famiglie, di scontri tra gruppi religiosi, ma sono episodi rari. In Cisgiordania non c’è l’Is. Tuttavia, non possiamo essere ingenui o minimizzare la situazione. Le tensioni ci sono, anche di carattere religioso, ma si limitano a determinati gruppi. Non si può dire che la società sia contro i cristiani.

Molte istituzioni cristiane come scuole o ospedali vengono finanziati da donazioni internazionali. Che cosa succederebbe se tali aiuti venissero a mancare?

Sarebbe una tragedia. Ovviament, noi tutti auspichiamo che tali istituzioni siano in grado di badare a se stesse e non abbisognino di aiuti esteri. Però, fintantoché in Cisgiordania non ci sarà stabilità politica e normali condizioni di vita, queste istituzioni avranno bisogno dell’aiuto esterno. Se però questo continua a calare – e già lo stiamo sperimentando – si vedranno arrivare grossi problemi. Vede, tutte queste realtà – scuole, università e ospedali - sono una espressione della presenza cristiana in Terra Santa. Se venissero chiuse per mancanza di fondi, il messaggio sarebbe il seguente: ‘ci tiriamo indietro e non ci interessiamo più di voi’. E tale messaggio lo trasmetteremmo prima di tutto ai cristiani della Regione. Tirandoci indietro, come potremmo dir loro: «Restate in Terra Santa, abbiamo bisogno della presenza cristiana in loco, voi siete le pietre vive …». Agendo in questo modo, come comunità internazionale, daremmo l’impressione di non essere più molto interessati a loro. Se scomparissero tali istituzioni, cambierebbe per sempre il volto della società.

Che cosa intende? 
La situazione odierna è ben diversa da quella di 40, 50 o 60 anni fa, quando vi erano per esempio solo scuole cristiane. Ora l’offerta è molto più ampia. Lo dico ancora una volta: il segno profondo che abbiamo lasciato, scomparirebbe e con esso la carità vissuta nella grande dedizione ai poveri, ai bambini, ai disabili. Tali istituzioni sono l’espressione della nostra presenza e non bisogna sminuirne il valore simbolico.

Perchè le istituzioni cristiane in Terra Santa sono così apprezzate e conseguono notevoli successi?
Perchè non hanno carattere ideologico, ma dimostrano grande apertura. Non fanno proseliti e nemmeno cercano di convertire la gente. Abbiamo tratto le lezioni dalla storia. Penso che la sfida da raccogliere sarà quella di intensificare la collaborazione futura tra queste realtà. In passato ognuno faceva per conto proprio, i Francescani e i Carmelitani, il Caritas Baby Hospital e l’ospedale Holy Family e così via. Ora che la situazione sta cambiando, anche all’estero, non abbiamo più le risorse che avevamo nel passato. Non si tratta più di mantenere lo Status Quo, quanto piuttosto di collaborare nel migliore dei modi per affrontare le mutate situazioni.

Ci sono già dei segnali in questo senso?
Sono convinto che questa sia l’unica strada percorribile. Certo, non sarà facile. Anzi. Nelle istituzioni e nelle comunità prevale infatti ancora la mentalità del difendere i diritti acquisiti. Serve pertanto una nuova generazione di persone di qui e da fuori, che non sia così tradizionalista. Si tratta di andare oltre i limiti presenti nella mente. Per restare in tema: il muro è anche un dato di fatto mentale e non solo fisico.

 

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