Prospettiva Betlemme n. 53 - Intervista a Madees Khoury

Prospettiva Betlemme n. 53 - Intervista a Madees Khoury


Madees Khoury, 34 anni, donna manager, è un esempio per molte giovani palestinesi.

Madees Khoury (MK) è nata negli USA dove ha studiato Economia e Commercio. Nel 2013 ha deciso di entrare nell’attività di famiglia in Palestina. Oggi, a 34 anni, è alla guida del birrificio di Taybeh, poco distante da Ramallah. Nell’intervista rilasciata a Livia Leykauf (LL) racconta delle sfide che deve affrontare nella quotidianità.

LL  Lei ricorda quando tutta la famiglia è rientrata da Boston (USA) per stabilirsi a Taybeh in Palestina?

MK  Sì, avevo circa dieci anni e ricordo quel momento con esattezza. Nel giro di poche settimane ho dovuto imparare a scrivere l’arabo per poter frequentare la scuola. Non è stato facile perché a casa parlavamo in dialetto e non conoscevamo nemmeno la scrittura araba. È stato durissimo.

LL  Eppure si è trovata bene e non ha più voluto rientrare negli Stati Uniti?

MK  Ci sono tornata per studiare all’università ma durante le vacanze ho sempre dato una mano nel birrificio. Dopo la laurea sono tornata immediatamente in Palestina.

LL   Un birrificio qui è decisamente insolito. Come ci siete arrivati?

MK  In realtà, mio padre avrebbe voluto aprire un piccolo birrificio a Boston. Il nonno però proponeva questa location, procurava le licenze, i documenti e il terreno. I miei decidevano quindi di tornare, convinti e pieni di speranze dopo gli Accordi di Oslo. Da allora sono passati 25 anni.

LL  Che cosa l’ha spinta ad entrare nell’azienda familiare?

MK  Fin dall’infanzia ero affascinata dall’atmosfera che vi regnava. Aiutavo sempre mio padre a piegare i cartoni e più avanti a svolgere altri compiti. Lavorare a così stretto contatto con i propri familiari non è sempre facile, ma è particolare, arricchente e unico.

LL  Suo padre ha un diploma di mastro birraio, suo fratello ha conseguito i migliori voti al corso per diventare esperto in materia. E lei, da chi ha imparato a fare la birra? 

MK  Da mio padre. Poi ho avuto l’opportunità di seguire una formazione in Cina. Mio fratello, dopo il diploma, è venuto per due anni a Taybeh a insegnarmi le moderne tecniche di produzione e le tendenze del mercato. Successivamente ha ripreso gli studi di Economia in America. Da allora faccio tutto da sola, con soddisfazione. E ogni giorno è una bella avventura.

LL  Quali sono le sfide che deve affrontare per la produzione della birra a Taybeh?

MK  Lavorare sotto l’occupazione non è facile: le sfide e i problemi sono tanti. Un esempio: la birra è composta per il 95% da acqua. Spesso, però, da Israele ce ne arriva troppo poca per la produzione. Oppure abbiamo bisogno di quattro settimane di tempo per ottenere le autorizzazioni da Israele per poter esportare e per verificare se il check-point è aperto e se la merce può arrivare fino al porto. La Palestina non ha confini propri e quindi dobbiamo concordare tutto con le autorità israeliane.

LL  È una situazione piuttosto complessa…

MK  Dobbiamo essere sempre pronti a qualsiasi evenienza, a un piano B, e se necessario anche a un piano C e D., ma è anche interessante sforzarsi per trovare nuove soluzioni agli imprevisti. Ti aumenta per benino il livello di adrenalina. Le domande ricorrenti sono: « Riusciremo a consegnare le bottiglie a Tel Aviv? L’acqua che abbiamo ci basterà? Troveremo un autista per il trasporto? Il check-point sarà aperto? E così via.

LL  Che cosa significa produrre la birra in Palestina?

MK  Ebbene, ne va del prodotto e allo stesso tempo dell’immagine della Palestina all’estero. Molti non sanno nemmeno che qui si produce una birra di eccellenza, secondo il dettame di purezza, che si parla inglese, che il personale è altamente preparato e che siamo un’azienda seria, che esiste una Festa della birra a cui partecipano, pacificamente, migliaia di persone. La gente è sorpresa e si chiede quali siano le finalità.

LL  Nel frattempo il prodotto viene esportato in 15 Paesi. Non avete qualche problmea con il «Made in Palestine»?

MK  Per il Canada e gli Stati Uniti abbiamo dovuto modificare le etichette, poiché quei Paesi non riconoscono la Palestina come stato e quindi non introducono nessun prodotto «palestinese». In Israele, invece, dove la nostra birra è in commercio dal ’94, non si hanno problemi. Ogni bottiglia reca la scritta «Made in Palestine».

LL  Ma in Palestina non fate fatica con la birra «Made in Palestine»?

MK  anche qui, come nel resto del mondo, non tutti amano la birra per i motivi più disparati: perché uno deve guidare la macchina, perché fa troppo caldo, perché la religione lo vieta …  Abbiamo iniziato quindi a produrre birra senz’alcool. Così non abbiamo bisogno di importare dall’estero e offriamo una alternativa locale.

LL  E lei, come donna, come si sente in questa professione?

MK  In questo settore le donne hanno una posizione difficile ovunque. Nella cultura araba, dove domina il maschio, il compito è più che arduo, soprattutto con le generazioni non più giovanissime. Ce n’è voluto di tempo perché mi accettassero. Tutti trovano straordinario che una ragazza porti avanti un lavoro così duro, ma dell’attività preferiscono parlare con mio padre. All’inizio, almeno, le cose andavano così.

LL  Non prova, di tanto in tanto, un senso di frustrazione?

MK  Sì, in particolare quando le trattative con i clienti vanno avanti a rilento e la controparte dice: «Non preoccuparti, definisco con tuo padre». Per fortuna papà non fa il gioco altrui. Con la clientela più giovane, ho meno difficoltà. La maggior parte dei giovani hanno una buona formazione, hanno viaggiato, sono aperti e hanno spirito imprenditoriale. Preferiscono spesso trattare con me piuttosto che con mio padre o mio zio.

LL  Lei si è fatta strada lavorando sodo e ora dirige l’azienda famigliare. Quale consiglio darebbe alle giovani donne palestinesi?

MK  Di non mollare. Se vogliono studiare, lavorare o viaggiare, non devono rinunciare ai loro sogni solo perché i genitori o la società la pensano diversamente. Le donne palestinesi sono molto forti, intelligenti e ben formate, e se ne hanno l’opportunità, riescono a ottenere grandi cose.

LL  Di che cosa hanno bisogno?

MK  Di libertà e di fantasia. Molte di loro, dopo gli studi, rinunciano ai loro sogni e alla carriera per occuparsi della casa e della famiglia. Non hanno più possibilità di realizzare qualcosa per loro stesse. Ovviamente essere madri è importante e meraviglioso, ma non per questo si deve escludere tutto il resto.

LL  Chi deve cambiare per primo, la donna o l’uomo affinché la società possa cambiare?

MK  Entrambi. E questo cambiamento, io già lo avverto. Ci sono giovani che nel frattempo lavorano durante gli studi e durante le vacanze per allargare gli orizzonti. Riescono a guardare oltre il microcosmo della famiglia, raccolgono idee nuove, scoprono quello che davvero interessa loro e li entusiasma. Una apertura mentale che si avverte soprattutto nelle città.

LL  Come vede il birrificio e sé stessa tra dieci anni? 

MK  Beh, spero di essere sempre qui a Taybeh a produrre birra. Sarei disposta anche a fornire consulenza a giovani palestinesi che vogliano aprire un’attività. Il presupposto fondamentale sono la pace e la stabilità politica. Non è facile prevedere l’evolversi della situazione. Non è nelle nostre mani.

 

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