Prospettiva Betlemme, n. 55 - Addio alle Suore Elisabettine

Prospettiva Betlemme, n. 55 - Addio alle Suore Elisabettine


Sr. Lucia Corradin, Sr. Erika Nobs e Sr. Gemmalisa Mezzaro lasciano a fine 2020 il Caritas Baby Hospital.

Dopo 45 anni le Suore Francescane Elisabettine lasciano il Caritas Baby Hospital. Ora c’è bisogno di loro in Italia ed è per questo che la Superiora generale le ha richiamate 
in patria. Con il loro servizio le religiose hanno sottolineato 
l’ispirazione cristiana del Caritas Baby Hospital e hanno goduto di grande stima nella regione. Inoltre, con la loro formazione altamente qualificata, con il loro sapere e la loro dedizione hanno dato un contributo enorme al miglioramento della qualità dei Servizi infermieristici ospedalieri. Suor Lucia Corradin (LC), nei suoi 18 anni di permanenza al Caritas Baby Hospital, ha rivestito diversi incarichi l’ultimo dei quali in qualità di Direttrice dei Servizi 
infermieristici. Nell’intervista rilasciata a Livia Leykauf (LL), ricorda il lavoro e la vita vissuta a Betlemme.

LL Com’è stato il suo primo giorno di servizio in ospedale?

EN Ho iniziato il giorno 26 ottobre e mi ricordo che sr. Pia Ignazia, la Matron a quel tempo, mi ha accompagnata a visitare l’ospedale. Ricordo bene il senso di ammirazione e bellezza che ho provato fin dall’inizio per la maestosa luminosità e pulizia data l’ampiezza degli ambienti e la molteplicità di finestre e poi per la vitalità percepita dalla presenza di mamme giovanissimi, di bambini così belli e arguti che hanno catturato la mia attenzione. Arrivati al reparto dei Prematuri sr. Pia Ignazia mi ha affidata a sr. Cristina, la suora che avrei dovuto sostituire, che a braccia aperte mi ha accolto e presentato allo staff in servizio. Ricordo bene i sentimenti vissuti: il timore, che provavo per la novità dell’ambiente, della cultura, della lingua, dell’incontro con nuove persone; la paura e il senso di inadeguatezza per la responsabilità assegnatomi, come anche lo stupore per i piccoli, in particolare per i prematuri, la tenerezza e la bellezza nel vedere e prendere in braccio queste creature così fragili e vulnerabili. Sr. Cristina è stata molto cara nel concedermi di prenderne in braccio diversi e a raccontarmi le loro storie. Ho davvero goduto in questo ascolto e di questo tempo per accarezzare i bambini. Direi proprio che un miscuglio di gioia e stupore, di paura e ansia mi hanno abitato quei primi giorni. Ho consapevolezza della grande commozione provata ogni volta, che toccando uno dei bimbi, mi ricordavo di essere proprio a Betlemme dove Dio si è fatto Bambino! Nonostante i tanti sguardi, le tante domande da parte dello staff ho percepito accoglienza, benevolenza, curiosità, gioia.

LL Come è cambiato, sviluppato l’ospedale da allora?

EN Durante i primi anni (6-7 anni) l’ospedale ha cercato di offrire una cura adeguata ai bambini e alle famiglie e di sostenere il personale nel migliore dei modi, nonostante le continue tensioni/oppressioni politiche, i coprifuochi, le restrizioni di movimento. Ho respirato fin dall’inizio una dimensione familiare e di accoglienza, di benevolenza e di sostegno reciproco tra il personale e lo staff anche se restio ai cambiamenti, alle novità. Piano piano, creando un clima di fiducia, noi suore abbiamo cominciato ad inserire un approccio metodologico olistico per migliorare l’assistenza al bambino e ai familiari adottando una serie di cambiamenti, migliorando la formazione e servendo i piccoli e le mamme con maggior professionalità e umanità.  Non sono mancate le difficoltà ma anche i successi, soprattutto quando qualcuno dello staff rispondeva volentieri al desiderio di assumere maggior responsabilità. Una continua sfida alla novità, al cambiamento e proprio per questo una bella avventura resa possibile anche dall’incontro con diversi professionisti stranieri che hanno aiutato davvero a migliorare le conoscenze e le competenze tecniche professionali sia dal punto di vista medico che infermieristico e gli scambi formativi e umani. Dal 2011 con i primi segnali di una ripresa economica, politica e sociale più stabile e la possibilità di muoversi con maggior autonomia, si è cominciato a sognare a scambi formativi anche all’estero e la Provvidenza l’ha reso possibile con diversi ospedali europei. Inoltre il cambio del direttore generale locale ha fatto sì che la qualità e sicurezza, diventassero valori fondanti nella missione dell’ospedale e ciò ha comportato una sfida grande e un coinvolgimento di tutto lo staff con uno sforzo immane da parte di tutti nello sviluppo e conoscenze di molteplici linee guida e procedure, di relazioni, di poster, dando una svolta miliare nella cura medica, nell’assistenza, nella professionalità, nella misurazione della qualità e della sicurezza, e nella formazione continua. Sicuramente sono stati anni di fatica, di sudore, ma anche di novità, di corresponsabilità, creatività e di visibile cambiamento e di consistente teamwork!

LL Quali sono i compiti che le sono particolarmente graditi all’interno dell’ospedale?

EN In questi anni i compiti svolti sono vari: ho iniziato nel reparto dei prematuri come caposala e poi dopo sei anni circa ho assunto il ruolo di coordinatrice della qualità, delle infezioni ospedaliere e dello screening audiometrico. Dal 2012 sono stata inserita a pieno titolo nella qualità e nel rischio clinico e da due anni circa come Dirigente infermieristica. Una varietà che da una parte mi ha offerto una conoscenza ampia sia delle funzioni dell’ospedale che del personale e dall’altra parte mi ha allenato a dare il meglio di me stessa sapendo sempre costruire per poi lasciare e ripartire da zero. Porto a casa questa miriade di esperienza e cio’ che ogni ruolo mi ha dato la possibilita’ di riconoscere in me stessa altri talenti e di mettermi in gioco. Ho faticato molto nella qualità ma mi sono anche divertita ad essere creativa, e non sono mancate le soddisfazioni. L’esperienza più intensa è stata quella iniziale con i prematuri e i loro familiari, questa lotta tra la vita e la morte, proprio per la ricchezza di relazioni con i familiari e il personale. Guidare i pellegrini in ospedale è stato molto bello e ricco di preziosi incontri e di amicizie significative. Essere membro dei clowns è stata un’opportunità in più per conoscere la magia e il fascino dell’essere clown: indimenticabile la ricchezza di esperienze genuine di crescita, di amicizia e di dono gratuito.

LL Avete conosciuto molti bambini malati e i loro genitori. A cosa ti piace ripensare in particolare?

EN Mi piace ripensare in particolare ai prematuri che hanno lottato stremamente e per la vita e ce l’hanno fatta e che poi sono venuti a farci visita dopo un anno, due anni; come anche penso ai primi bambini assistiti con malattie sconosciute ad esempio l’epidermiolisi bullosa e al lavoro d’equipe perche’ la mamma potesse accogliere in maniera incondizionata la situazione del proprio figlio. Ripenso alle relazioni, all’ascolto e ai racconti dei familiari come anche ai bambini più grandi che ripetutamente venivano ricoverati e quindi ogni volta era una festa ritrovarsi, riabbracciarsi e sperare con loro e per loro, lottando insieme per la vita. Ho goduto molto ogni volta che potevo andare a far loro visita in casa... La magnanimità e abnegazione di tante mamme, la capacità di soffrire con profonda dignità e silenzio sono insegnamenti sigillati nel cuore. Le loro storie sono impresse nel mio animo e custodisco quanto imparato da ogni incontro.

LL Cosa è stato particolarmente pesante? Difficile in questo periodo?

EN L’esperienza più difficile è stato il primo anno: per i vari coprifuochi, chiusure, il vedere con i propri occhi tante morti assurde, ingiuste a causa dell’occupazione; l’impatto con una cultura, mentalità molto diversa dalla mia per non parlare della lingua araba che ho incominciato a parlare e che non ho mai potuto imparare bene perché occupata nei continui servizi. Ogni passaggio di ruolo è stato faticoso e mi ha chiesto tanta pazienza e duttilità. Anche la vita fraterna, per la varietà di sorelle che si sono avvicendate e di diversa mentalità o cultura, ha avuto alcuni momenti di stasi. La realtà più pesante in assoluto da accogliere è stata comunque l’accettazione reale di questo conflitto che sembra non avere fine, dei muri di separazione, delle divisioni visibili tra i popoli, tra i capi politici, delle continue ingiustizie e delle tante sofferenze inutili. In questo momento mi è difficile lasciare la Terra Santa, ancor di più per le difficoltà aggiunte a causa della pandemia.

LL Cosa augura ai collaboratori e alle famiglie di Betlemme per il futuro?

EN Auguro con tutta me stessa a tutti loro di non smettere di credere nella pace vera e nell’unità, di non avere paura di sperare in un futuro migliore perché sono convinta che un giorno la pace verrà, anche a Betlemme perché Dio è fedele alle sue promesse. Tanti anni fa’ ho letto un libro che affermava che ‘il futuro ha un cuore di tenda’, un modo di dire accoglienza, relazione, provvisorietà, adattamento alla vita che supera la resilienza. I palestinesi di per sé hanno imparato molto dalla vita ad essere resilienti, ma occorre andare oltre e credere che c’è una novità bella che ci aspetta. C’è come dire un frammento di carne, c’è qualcosa di Dio in ogni creatura, c’è quello che gli angeli hanno detto nel cielo di Betlemme: la buona volontà, la volontà di amare perché niente è impossibile a Dio. E Lui che ci dona la forza, la consolazione e la sapienza del cuore per leggere i segni dei tempi e rispondere ai più urgenti bisogni dell’umanità indifesa con prontezza, passionee fiducia perché siamo suoi figli e non può abbandonarci. Per esperienza posso dire che Qui paradossalmente il mistero gioioso della nascita di Cristo si intreccia con il mistero della croce. Questo è un luogo che ha conosciuto davvero il «giogo» e il «bastone» dell’oppressione e chi ci abita è chiamato a vivere nell’umiltà e nella povertà, con la certezza che ogni dolore sarà trasfigurato e la gioia piena sta nel riconoscersi amati e benedetti sempre e comunque da un Padre che non fa altro che aspettare che apriamo la porta del nostro cuore per donarci la sua grazia.

LL Cosa ha significato per lei come religiosa lavorare a Betlemme?

EN Innanzitutto, provo un senso diprofonda gratitudine nell’essere stata a Betlemme e nell'aver avuto la grazia speciale di servire i piccoli ed indifesi come appunto i bambini malati e le mamme, proprio Qui dove Dio si è fatto bambino indifeso, bisognoso di cure e di affetto. È stato ed è ancora oggi un dono speciale. Al di là dei ruoli svolti nell’ospedale, come religiosa la mia prima missione è quella di vivere in una fraternità la compassione di Dio e a mia volta generare questa novità di vita, divenendo per quanti incontro e servo grembo-spazio di misericordia. Come suora mi riconosco amata per grazia, toccata dalla misericordia e inviata a rendere visibile in maniera personale questa misericordia di Dio ricevuta chiamata a vedere in ogni persona la reale Epifania del Dio vivente, e ad incarnare lo stile di Dio, obbediente, povero e ospitale verso tutti. In questi 18 anni ho vissuto con diverse sorelle e di diversa provenienza, con alcune per tratti brevi e con altre più lunghi e la vita fraterna mi ha allenata a imparare ad accogliere ciascuna in modo incondizionato con le sue gioie e fatiche, con i suoi successi e fallimenti. Si impara a volere bene, perdonando, ricominciando ogni giorno e fidandoci del Signore che è il Sommo Bene e sa ciò di cui abbiamo bisogno. Non potrò dimenticare l’attenzione premurosa, la benevolenza, il lavoro infaticabile e lo spendersi con passione per i piccoli e per il bene delle sorelle. Sono davvero grata dell’esperienza così variopinta e arricchente sia da un punto di vista umano che di fede. L’esperienza vissuta in ospedale con i bimbi e le loro mamme mi ha permesso di fare esperienza continua e sempre unica del partorire in terra, nel dar loro il «latte nutriente», di affetto, di dolcezze, di vicinanza, di attenzione ma anche del partorire al cielo, del lasciarli andare, dello svuotarci per consegnarli alla vera vita, facendo esperienza  dell’unione della terra del cielo, del cielo con la terra, dell’esperienza stessa di Dio Padre che si fa tutt’uno con l’umanità facendosi uno di noi e vivendo nella Sua carne ogni passione, croce, morte e facendo risorgere alla vera vita ogni morte, lutto, distacco. Ho avuto la possibilità di generare la vita e di essere madre. Ricordi indelebili. Lavorando con il personale mi ha sorpreso il loro senso dell’ospitalità, della benevolenza, dell’aiuto reciproco, del saper essere resilienti e di accogliere con fede gli eventi della vita... Quel Al- hamdu lillah (rendiamo lode a Dio) ripetuto costantemente da loro ancor oggi mi fa riflettere, mi provoca ad essere grata di tutto ciò che sono e ho perché donato gratuitamente. Per grazia ho conosciuto tanti pellegrini che sono venuti a visitarci, alcuni volontari che in diverse vesti hanno regalato competenza, professionalità, amicizia al nostro personale, dei religiosi e religiose con cui ho intessuto belle e profonde relazioni di amicizia. Non posso dimenticare poi la varietà e la complessità del mondo religioso, con i suoi diversi credi e riti, la problematicità del mondo politico e l’interminabile conflitto tra palestinesi e israeliani: una realtà affascinante e nello stesso tempo impegnativa da comprendere e da vivere nella sua provvisorietà. Mi sento privilegiata per questa ricchezza di esperienze impegnative e affascinanti e tutto è davvero grazia: un’opportunità reale per crescere come donna e come consacrata a Dio.

LL C’è un oggetto che si porta da Betlemme in Italia come ricordo?

EN Direi innanzitutto il profumo di nardo per tener desto la missione di essere il buon profumo di Cristo lavando i piedi e lasciandomi lavare i piedi: un profumo che mi ha regalato momenti significativi nella mia vita e che mi rimandano alla mia consacrazione, all’essere come un buon samaritano che unge le ferite e consola gli altri. Un altro oggetto particolare è un presepio per far memoria di tutte le famiglie conosciute, di bimbi incontrati, del personale, ricordarmi che il Signore è venuto ad abitare dentro di me, dentro ciascun uomo e desidera essere accolto, amato e imparare da Lui ad essere casa, spazio vitale per chi mi porrà accanto.

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