«La malattia rappresenta una grossa sfida per la famiglia»

«La malattia rappresenta una grossa sfida per la famiglia»


Racconto per la Festa della Mamma, 7 aprile 2022

Foto: @ Marian Nasser

Klara e il marito erano felicissimi di aspettare il terzo figlio. Durante la gravidanza, però, sul nascituro veniva individuato un buco al diaframma (ernia diaframmatica). La futura mamma, di professione infermiera, capiva immediatamente che per la famiglia i tempi non sarebbero stati facili.

A fine maggio, Michael avrà un anno. Metà della sua vita l’avrà passata negli ospedali. A causa di un’ernia diaframmatica, l’intestino si era spostato nel torace impedendo ad un polmone di svilupparsi correttamente. Subito dopo il parto, avvenuto ad Hebron, il piccolo veniva sottoposto a intervento nell’ospedale locale. Dopo quattro settimane, tuttavia, non si registrava alcun miglioramento.

Preoccupata per la vita del figlioletto, Klara insisteva perchè venisse trasferito all’Ospedale pediatrico di Betlemme. La giovane, che ci lavora come infermiera, sapeva bene che lì Michael avrebbe potuto fare a meno della respirazione assistita, cosa non riuscita ad Hebron. Poco dopo il bambino veniva portato in Terapia intensiva del Caritas Baby Hospital.

 

Pazienza e comprensione

«Come infermiera professionale sono in grado di capire molto bene che cosa significhi un «imprevisto» del genere. La paura era enorme», ci dice la 27enne. Spesso si diceva pentita di aver scelto quella professione perchè capiva di più di quanto avesse voluto. Quando arrivò il momento di inserire il tubicino con la sonda gastrica al figlioletto, non riuscì a trattenere le lacrime e fu costretta a chiamare una collega ad aiutarla, sebbene fosse perfettamente in grado di gestire la situazione. «Quando hai di fronte tuo figlio, le emozioni sono ben diverse», ricorda questa mamma di tre figli.

Dopo quattro mesi, il piccolo lasciava finalmente l’Ospedale pediatrico Betlemme. Klara, ora, lo segue a casa; si è infatti presa un periodo di ferie non retribuite per stargli vicino. Accanto al lettino vi sono la pompa per le infusioni, l’apparecchio per l’ossigeno e una telecamera che invia le immagini di Michael sul televisore del salotto. «Così, i parenti possono vederlo quando ci vengono a trovare». Per timore di contagi virali, il bambino viene superprotetto. Solo i genitori e i fratellini possono entrare in camera. E sempre con la mascherina. Persino Maria, che ha solo due anni, sa che deve fare attenzione. «Per la famiglia la malattia rappresenta una grossa sfida e richiede impegno anche per gli altri due piccoli, che non vanno trascurati», dice la mamma.

 

Un lungo periodo di isolamento

Klara si occupa quasi 24 ore su 24 di Michael. Il marito le è di supporto. Di notte, infatti, è lui di turno ogni due ore, poi di nuovo lei, e poi ancora lui… e così via. La sorella di Klara, anche lei infermiera, può intervenire in caso di emergenza. La nonna del piccolo non può assistere più di un’ora.

 

Malgrado lo sforzo notevole di tutti, si respira un’aria di ottimismo. I medici sostengono che entro uno o due anni il polmone avrà raggiunto le dimensioni volute. Per il momento le condizioni di Michael sono buone, ma il piccolo ha bisogno ancora di molto aiuto. Inoltre, è in lieve ritardo nello sviluppo. Comincerà quindi molto presto con la fisioterapia pediatrica al Caritas Baby Hospital. Klara incontra spesso lo pneumologo dell’Ospedale per i controlli. Il medico prevede che per l’estate il piccolo potrà uscire dal lungo isolamento. «Una luce di speranza», ci confida felice la mamma. E non vede l’ora che arrivi quel momento: «Andare una volta a prendere un caffè con le amiche oppure uscire con i bambini è davvero allettante». Che cosa pensa di fare come prima cosa? «Andremo insieme in chiesa e poi, in casa dei miei genitori, faremo una grande festa, prevista ormai da tempo come vuole del resto la tradizione».

Racconto per la Festa della Mamma

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Foto: @ Meinrad Schade

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