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«Un arbitro non può costringere alla pace»

Il tenente svizzero Dieter Wicki (40) è stato per un anno comandante della United Nations Truce Supervision Organisation (UNTSO) a Gerusalemme. Il primo contingente di pace dell’ONU è presente in Medio-oriente già da 60 anni e assicura il mantenimento della fragile tregua tra Israele e i suoi vicini. Dieter Wicki è ora consigliere per la politica della sicurezza presso il Dipartimento federale svizzero della Difesa.

Signor Wicki, UNTSO è una missione di osservatori dell’ONU. Cosa può fare questa missione in una regione altamente militarizzata?

Wicki: Il mandato dell’UNTSO è un «peacekeeping» di prima generazione. Gli osservatori militari disarmati vigilano sul rispetto della tregua concordata e possono fornire al Consiglio di Sicurezza dell’ONU un quadro esatto della situazione effettiva. E’ molto più importante, però, che riusciamo a stabilire una qualche comunicazione fra Paesi nemici. Siamo gli arbitri dello status concordato. Tutti possono lamentarsi con noi e noi riferiamo, di volta in volta, alla controparte. In questo modo evitiamo un’escalation del conflitto. Sul Golan, però, controlliamo anche attivamente le attività militari.

L’UNTSO si trova nella regione da 60 anni. C’è ancora bisogno della sua presenza?

Wicki: I nostri compiti sono continuamente cambiati nel corso degli anni. Ma la nostra funzione fondamentale è rimasta sempre la stessa, ed è importante ora come 60 anni fa: portare la prospettiva regionale nel processo di pace. Il Medioriente può pacificarsi solo come regione globale.

In passato ci sono state continuamente guerre e violenze. Come «garante della tregua», non si sente frustrato?

Wicki: Questo è il rischio che corre un arbitro. Non possiamo e non vogliamo costringere nessuno alla pace. Nonostante ciò, la missione degli osservatori è uno strumento adatto e importante per la pace in Medioriente. Non voglio neanche immaginare quello che sarebbe accaduto in assenza di questo impegno internazionale.

L’opinione pubblica si chiede sempre più se un intervento militare abbia o meno senso. Non Le verrebbe voglia, ogni tanto, di poter intervenire militarmente?

Wicki: La forza militare non è la risposta giusta alla complessa struttura dei conflitti nel Medioriente. Non si tratta di andare a combattere con qualche gruppo di sbandati per riportare tranquillità e ordine; si tratta, invece, di stabilizzare una tregua e portare intorno a un tavolo le parti in conflitto. E’ difficile immaginare di riuscirci con la forza delle armi.

Cosa possono imparare le organizzazioni umanitarie dalle strutture militari nel campo del «peacekeeping»?

Wicki: Nessuno può fare tutto. Per questo è importante che ciascuno si concentri sul compito che gli è stato affidato: è un principio fondamentale dell’ordine militare. L’UNTSO lo fa e denuncia eventuali violazioni. Uno strumento semplice in un conflitto difficile, che comunque funziona. Se si guarda alle ingiustizie, diventa sempre più difficile concentrarsi sui propri compiti. Le organizzazioni umanitarie sono molto più colpite dalle dimensioni umane del conflitto.

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