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«Non ne va della pace, ma della gestione del conflitto»

André Marty è corrispondente della Televisione svizzera-tedesca da Tel Aviv. Da diversi anni segue la politica israeliana e palestinese.
Marty non voleva più parlare di «processo di pace» già da prima della guerra nella Striscia di Gaza. L’intervista è stata fatta a metà dicembre del 2008.

Come interpreta Lei la sofferenza di israeliani e palestinesi in questo dicembre 2008?

La questione palestinese non è, al momento, una priorità della politica israeliana; se, al limite, dovesse esserlo, per politici e cittadini essa si traduce comunque nell’occuparsi dei programmi atomici dell’Iran. Da parte palestinese, molte persone hanno smesso di credere in una soluzione del conflitto, e la maggioranza di loro non ha più fiducia né nella propria classe politica, né in quella israeliana, e tanto meno nei potenziali mediatori esterni quali gli Usa o l’Europa.

Anche Lei ha sperimentato questo conflitto sulla sua pelle. Che cosa La spinge ad andare avanti?

Qui non si tratta della salute dei corrispondenti. Si tratta di una guerra che condiziona la vita di milioni di persone ogni giorno. Una guerra che però, direttamente o indirettamente, riguarda anche voi che state in Europa. Un’occhiata alla vostra bolletta energetica o alla diatriba sullo scontro tra cultura orientale e occidentale fa capire immediatamente che gli avvenimenti del Medio Oriente producono effetti su tutto il resto del mondo. Fintanto che nella politica europea dominerà la tendenza a non voler vedere, è più che mai “dovere” di un corrispondente indagare, fornire notizie, informare. Non è molto, ma certamente meglio che lasciare il campo ai cinici e ai fanatici del potere senza coinvolgere i media.

Crede che noi in Europa ci aspettiamo troppo dagli “attori” della politica?

Le aspettative non potranno mai essere eccessive. Ma chiunque si attende molto, non può poi rimanere troppo deluso se i protagonisti della scena politica europea si danno priorità completamente diverse. Gli osservatori stranieri devono spesso confrontarsi con il fatto che gli “attori” dedicano le loro energie alla lotta quotidiana per la sopravvivenza, piuttosto che alla politica. Contrariamente agli USA, che nessuno in Medio Oriente considera seriamente come mediatore super partes, molti credono in una capacità di mediazione più attiva da parte degli europei, anzi la sosterrebbero caldamente. E invece molti Paesi europei si accontentano di ripetere il rituale, mettendo in discussione, con qualche episodico comunicato, alcuni aspetti della politica di occupazione israeliana e inviando aiuti – tramite l’ONU – nei territori occupati, per mettere a tacere la propria coscienza.

Siamo troppo avventati quando parliamo di pace?

Cancellate la parola “pace”, anche se questo può far male. Se si considera la realtà nuda e cruda, si capisce che già le chance per una gestione del conflitto che funzioni “a metà” sussistono a malapena. Questo comunque non significa affatto liquidare qui il problema della guerra e degli uomini. Al contrario, io sono fermamente convinto che solo una crescente pressione politica, economica, giuridica e sociale possa ricordare ai fautori di questo conflitto che non può esistere una soluzione militare. E per questo serve un’informazione obiettiva e costante in Svizzera, Germania e Austria, e non ideologie o false emozioni.

Prima che la Striscia di Gaza venisse chiusa anche ai giornalisti, Lei è stato spesso in loco. Che cosa ci può dire in merito?

Le organizzazioni umanitarie dell’ONU, il Segretario generale delle Nazioni Unite, il Comitato internazionale della Croce Rossa, la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e decine e decine di organizzazioni non governative mettono giustamente in guardia contro le conseguenze di una chiusura totale di Gaza, visto che molti dei suoi abitanti (un milione e mezzo circa) pagano il prezzo del boicottaggio economico e della devastante politica di isolamento portata avanti da Israele e Stati Uniti, sostenuti dall’Unione Europea. L’approvvigionamento di generi alimentari dall’Egitto “funziona” – o forse è il caso di dire che “non funziona” – sfruttando tunnel sotterranei, diventando quindi, di fatto, un contrabbando. Le condizioni sanitarie diventano sempre più drammatiche, perchè la maggior parte dei prodotti medicali, quali ad esempio bende e siringhe, sono oggetto di boicottaggio. Un medico svizzero, che lavora in un’organizzazione di Gaza che si prende cura dei bambini audiolesi, non può più nemmeno importare protesi acustiche per i suoi pazienti.

Il conflitto israelo-palestinese potrà essere risolto, fintantoché esisterà la divisione interna fra palestinesi di Hamas e di Fatah?

La guerra fratricida interna alla società palestinese ha scavato profondi solchi, insuperabili nel lungo periodo. Attualmente è il braccio armato di Hamas a dare il la. Queste persone fanno “politica” lanciando razzi Kassam su Israele – in stridente violazione del diritto umanitario internazionale. I sostenitori di Fatah, all’indomani della sanguinosa presa del potere di Hamas nella Striscia di Gaza, sono stati brutalmente eliminati, oppure hanno dovuto sottomettersi ad Hamas. E nei territori nemmeno i servizi di sicurezza del presidente Mahmud Abas vanno per il sottile con i loro rivali. Inoltre, il movimento di Fatah non sembra essere disposto a imparare la lezione dopo la sconfitta elettorale del gennaio 2006: continua a prevalere la corruzione a Ramallah, l’élite politica di Fatah non lascia ai giovani del partito nessuna capacità decisionale, e continuano a non esserci, nell’Autorità palestinese, riforme interne.

Andrè Marty, corrispondente a Tel Aviv

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